Il Restauro negli anni ’50

I lavori di recupero ed i primi interventi di restauro ed il montaggio dello scheletro nel bastione orientale del Castello dell’Aquila furono diretti dalla Prof.ssa Angiola Maria Maccagno, dell’allora Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università “La Sapienza” di Roma.

Le operazioni di recupero del Mammut iniziarono il 26 marzo del 1954 e durarono fino al 15 maggio dello stesso anno.

Malgrado lo stato di conservazione delle ossa le rendesse fragili, la natura sabbiosa del terreno consentì di liberare lo scheletro grazie ad un paziente e delicato lavoro di scavo eseguito a mano, che consentì il consolidamento delle ossa prima della loro rimozione.
Il recupero del cranio e dell’unica difesa (zanna) ritrovata è sicuramente stata la fase del processo di recupero più difficile soprattutto per il non perfetto stato di conservazione del cranio già mancante della parte destra.

I-esposizione

Prima esposizione nella sala del Bastione est del Castello Cinquecentesco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per maggiori dettagli sul recupero e sulla tecnica utilizzata, qui di seguito trovate la relazione scritta proprio dalla Prof.ssa Angiola Maria Maccagno.

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«Le operazioni di recupero furono iniziate il 26 marzo 1954 e proseguirono fino al 15 maggio. Le ossa, molto fragili, sono state messe a nudo con un delicato lavoro eseguito a mano il che è stato possibile quasi sempre grazie alla natura sabbiosa della roccia. Non appena un pezzo risultava isolato veniva subito consolidato, prima di rimuoverlo, con silicato di sodio (inizialmente diluito ad un terzo poi ad una metà) successivamente, avvolto in carta o juta, veniva incorporato il gesso e, se necessario per la sua mole o fragilità, armato con impalcatura in legno. Particolare difficoltà hanno presentato naturalmente i pezzi più fragili come le prime vertebre dorsali dalle lunghe apofisi spinose e le scapole (un diametro di 110 cm. per uno spessore che scende fino a 1-3 cm.). Molte difficoltà ha presentato il recupero del cranio e dell’unica difesa ritrovata. Praticamente è risultato impossibile portarli via in un solo pezzo (mt. 3,70 x 4,00 x 1,50), anche per lo stato molto precario di conservazione del cranio già mancante della parte destra posteriore e molto friabile. Così la difesa, preventivamente ingessata, è stata segata poco sotto l’uscita dall’alveolo (e asportata separatamente con le solite modalità. Per il cranio si è proceduto come segue: ingessato il lato libero si è costruita su di esso una forma di gesso con superficie piana in alto; è stato così possibile rovesciare il pezzo a mano, ad opera di 10 uomini e poggiarlo su di un piano precostruito, sopra il quale si è fissato il resto della cassa; poi mediante la messa in opera di un paranco si è asportato il pezzo, che raggiungeva il peso di 450 Kg. In questo modo ad una ad una tutte le ossa sono state recuperate, in numero di 149, praticamente uno scheletro quasi completo. Il 15 maggio avevamo ultimato i lavori sul terreno e il nostro esemplare, ormai al sicuro dalle intemperie, era contenuto in diciotto casse per una cubatura, che può essere indicata sui 200 mc. Lo stesso giorno fu consegnato al Soprintendente di Chieti dott. V. Cianfarani e depositato nel Castello dell’Aquila. Ultimata così questa prima fase di lavoro si dovevano iniziare le operazioni di restauro e lo studio dell’esemplare; per questo è stato necessario il graduale trasporto del materiale a Roma nell’Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università, che, per tutto il tempo successivo, ha fornito locali, opera del personale, strumenti ecc. Per il restauro si è proceduto in questo modo: liberazione di ciascun pezzo dal suo gesso, svuotamento delle cavità dal materiale sabbioso, armatura interna con tubi di ferro opportunamente disposti, consolidamento mediante colamento di mastice. Le parti mancanti sono state ogni volta ricostruite con l’ausilio, per quanto possibile, dell’osso simmetrico e del confronto con pezzi omologhi precedentemente descritti dagli autori. Ad ogni porzione restaurata è stato dato un aspetto il più possibile simile all’originale, esse restano però nettamente distinte da una sottile linea rossa che corre lungo i confini. Tutto questo è stato fatto per ogni singolo osso e ha richiesto lunghissimo e paziente lavoro: ogni volta doveva essere studiata la disposizione più opportuna dell’armatura e la ricostruzione di frammenti mancanti. Per le ossa completamente mancanti è stato necessario modellarle ex – novo. Nei periodi che vanno dal giugno al luglio 1954 e dal dicembre 1954 al maggio 1956, ossia in circa 19 mesi di lavoro, il restauro dei singoli pezzi si può dire ultimato. Dal 18 settembre 1958 si è iniziata la costruzione dell’armatura che permetterà il montaggio dello scheletro. L’animale sarà disposto in posizione di riposo, con arti leggermente alternati e il cranio nella posizione che l’animale assume quando si sofferma con la proboscide alquanto protesa in avanti. Con un calcolo, per ora approssimativo, poiché si potrà precisare solo a montaggio ultimato, lo scheletro misura circa 3,70 metri al garrese e 4,40 al vertice del cranio e circa 6,50 metri dalla punta anteriore della difesa alla coda».

(da A. M. MACCAGNO, Relazione sulla tecnica di scavo, restauro e montaggio dell’elefante fossile rinvenuto presso l’Aquila, in «Annuario delle Istituzioni di alta cultura sorte nella città dell’Aquila dal 1948 al 1957», vol. II, L’Aquila, 1957).